Il rapace che scava

C’è un modo per riconoscere un falco pecchiaiolo (Pernis apivorus) in volo anche a distanza: la testa. Piccola, allungata, portata su un collo insolitamente lungo per un rapace della sua taglia. Da lontano ricorda più un colombo che un falco, e non è un caso. Quella morfologia è il risultato di una pressione selettiva precisa, che ha modellato questa specie in una direzione diversa da quasi tutti i suoi parenti.
Il falco pecchiaiolo non caccia prede veloci in volo aperto. Caccia nidi. Il suo obiettivo sono le colonie sotterranee di vespe e calabroni; le dissotterra con le zampe, le apre, ne estrae i favi con larve e pupe. È un lavoro che espone la testa agli insetti difensori, e la selezione ha risposto con adattamenti precisi, le piume del viso sono squame rigide e serrate, difficili da perforare con un pungiglione, le narici sono ridotte a fessure strette che impediscono alle vespe di infilarsi. Non è insensibilità al veleno; è armatura.
Agosto è il mese in cui i piccoli hanno appena lasciato il nido. Le uova erano state deposte a fine maggio o giugno, i piccoli hanno trascorso le prime settimane ricevendo dai genitori favi con larve e pupe estratti dai nidi. Adesso sono involati. La famiglia si muove ancora insieme sui boschi e le radure dell’Altopiano, ma il legame si sta allentando. Tra qualche settimana ognuno partirà per conto proprio verso l’Africa subsahariana, dove trascorrerà l’inverno prima di tornare.
La specializzazione trofica del pecchiaiolo pone una domanda; perché un rapace dovrebbe rinunciare alla caccia attiva per diventare uno scavatore di nidi? La risposta è nella densità della risorsa. Un nido di vespa a fine estate può contenere migliaia di larve concentrate in pochi decimetri cubi di favo; nessuna preda volante offre una resa calorica paragonabile. La difficoltà non è trovare il cibo, è accedervi senza essere uccisi. Gli adattamenti morfologici risolvono questo problema.
La caccia al nido richiede però una competenza che non è innata. I giovani seguono gli adulti nei voli di ricerca a bassa quota, quella caratteristica andatura ondeggiante e lenta che distingue il pecchiaiolo in attività trofica da qualsiasi altro rapace. Imparano dove cercare, come leggere il suolo, come individuare l’ingresso di un nido dal traffico delle operaie.
Sull’Altopiano la presenza del pecchiaiolo dipende da boschi maturi per il nido, radure e pascoli con suolo ricco dove le vespe costruiscono le loro colonie, disturbo umano contenuto nella stagione riproduttiva. La chiusura progressiva del bosco lavora nella direzione sbagliata. Non è una minaccia immediata, ma è una tendenza che la gestione forestale può orientare e che Vaia, localmente, ha invertito.
A fine agosto, quando i pecchiaioli dell’Europa centrale transitano sulle Prealpi in rotta verso sud, il cielo sull’Altopiano può offrire per qualche giorno una concentrazione insolita di questi rapaci. Non è uno spettacolo rumoroso; il pecchiaiolo è discreto, non annuncia la propria presenza. Ma la testa piccola su quel collo lungo è riconoscibile anche in controluce. Chi sa cosa cercare lo trova.



